Caos globale e piccole comunità: quale testimonianza per noi?
Copertina dell'articolo numero 5 di Neuroni tra le ruote
Viviamo in un tempo in cui le guerre non sono mai davvero lontane. Ci arrivano nelle case attraverso i notiziari, i social e l’impatto indiretto sull’economia, sull’energia, sulla sicurezza. La guerra in Ucraina, ormai al quarto anno, e quella a Gaza, che sembra non trovare fine, ridisegnano le relazioni internazionali e mettono in discussione l’idea stessa di ordine mondiale.
Israele e la memoria tradita
Molti osservatori internazionali hanno sottolineato la sproporzione tra l’attacco terroristico subito da Israele due anni fa e la risposta militare che ha devastato la Striscia di Gaza. Lo storico israeliano Ilan Pappé scriveva già tempo fa che “un popolo che ha sofferto la persecuzione non è immune dal diventare a sua volta persecutore”. Una frase che oggi suona profetica e dolorosa. L’attuale governo guidato da Benjamin Netanyahu sembra usare l’occasione per modificare radicalmente la realtà demografica e politica di Gaza. È un processo che non solo distrugge vite e città, ma erode la memoria stessa della Shoah, trasformando la condizione di vittima in strumento di giustificazione per nuove violenze.
Russia, Ucraina e il logoramento globale
Dall’altra parte del continente europeo, la Russia ha scelto l’invasione come sbocco a un logoramento iniziato ben prima del 2022. Secondo l’analista francese Emmanuel Todd, “questa guerra non è locale, è il vero inizio della Terza Guerra Mondiale sul piano economico”. In effetti, le sanzioni occidentali non hanno piegato Mosca. Al contrario, hanno accelerato l’avvicinamento a Cina, India e a molti Paesi del cosiddetto Sud Globale. Come nota Fareed Zakaria, editorialista della CNN e del Washington Post: “Il mondo non è più dominato da un unico centro di potere. È multipolare, frammentato e per questo più instabile”.
Il mosaico musulmano
Un enigma per molti europei è la posizione dei Paesi musulmani. Iran, Turchia, Qatar, Emirati e Arabia Saudita non sono un fronte unito, ma un mosaico di interessi. Le differenze religiose – sciiti e sunniti – si intrecciano con ambizioni geopolitiche. L’Iran si propone come protettore dei movimenti sciiti; la Turchia gioca una partita autonoma, oscillando tra NATO e vicinanza al mondo arabo; Qatar e Arabia Saudita si sfidano per la leadership del Golfo, pur convergendo talvolta su interessi energetici. È un quadro che il politologo libanese Ghassan Salamé definisce “un concerto di voci dissonanti, che può suonare armonico solo quando l’interesse lo richiede”.
Il ruolo dell’Europa e il nostro
E l’Europa? Divisa tra la fedeltà all’alleanza atlantica e la necessità di non perdere peso in un mondo multipolare, l’UE rischia di vivere da comprimaria. Per l’Italia, poi, le difficoltà aumentano: più spesa militare, più dipendenza energetica, più fragilità sociale. Tuttavia, come scrive Zygmunt Bauman: “La globalizzazione ci toglie il controllo, ma non ci esonera dalla responsabilità”.
Ed è qui che arriviamo a noi, nei nostri piccoli paesi, nelle piazze e nei consigli comunali. Certo, non possiamo fermare le guerre né riscrivere i trattati internazionali. Ma possiamo scegliere il tono della nostra voce, il modello della nostra comunicazione.
Una testimonianza possibile
Tre sono i pilastri che possiamo proporre come cittadini e come comunità:
Chiarezza – rifiutare la propaganda, cercare parole semplici e comprensibili per spiegare ciò che accade.
Memoria – ricordare che i popoli perseguitati non devono mai trasformarsi in persecutori; che la storia è un monito, non un’arma.
Fermezza morale – dire con serenità ma con decisione (anche ad alta voce) che nessuna logica di potere giustifica lo sterminio o la cancellazione di un popolo.
Il nostro compito, dunque, non è urlare slogan ma mantenere viva la coscienza critica. Come piccoli neuroni in un organismo complesso, anche noi – dalle periferie e dai paesi della Sardegna o d’Italia – possiamo mandare segnali che aiutano a tenere viva l’umanità.
Se hai buoni argomenti puoi anche urlare per aprire le orecchie ai sordi, attenti a chi usa la voce stentorea ma sa anche parlare a bassa voce. Perché i tanto invocati sussurri saranno ancora più efficaci e perentori!
Maestri, comunicazione e la responsabilità di educare una società pensante
Viviamo nell’epoca delle inaugurazioni e delle ristrutturazioni. Ogni tanto si annuncia un nuovo polo scolastico, si taglia un nastro, si pubblica un post. Ben venga: l’edilizia scolastica è fondamentale. Ma c’è una domanda che spesso resta sospesa nell’aria, tra un rendering architettonico e una conferenza stampa:
Chi costruisce la scuola? Non l’edificio, ma la scuola vera: quella delle menti, dei cuori, del pensiero?
🎓 I muri servono, ma non bastano
In un recente articolo, il filosofo Marcello Veneziani ha scritto parole che dovremmo scolpire sui portoni degli istituti scolastici:
“Per cambiare l’Italia non basta costruire scuole. Bisogna costruire la scuola. Non le pareti, ma i maestri.” (Marcello Veneziani, 2025)
E non è una questione solo italiana. È universale: ogni società che voglia rimanere viva, che voglia resistere alla superficialità, all’odio veloce e alla mediocrità, ha bisogno di maestri. Maestri veri. Non solo professionisti preparati, ma persone capaci di generare pensiero, stupore, coscienza.
🧑🏫 Maestri o tecnici del programma?
Dall’altra parte della riflessione, Umberto Galimberti lancia un’altra provocazione, che fa da perfetto contrappunto:
“Insegnare è come amare. Non basta spiegare, bisogna fascinare. Se non apri il cuore, non apri nemmeno la testa delle persone.” (U. Galimberti, intervista a Focus Scuola)
Oggi troppi insegnanti sono costretti — o si accontentano — di riempire il tempo, compilare registri, somministrare verifiche. Ma l’educazione vera accade quando qualcuno riesce a trasmettere qualcosa che accende. Una curiosità, una domanda, un dubbio, persino un mal di testa creativo (come ricordavo nella puntata dedicata alle mie maestre...).
🧠 Neuroni da risvegliare, non solo da “istruire”
Il progetto Neuroni tra le ruote nasce con questa idea: fare circolare pensieri, anche scomodi, anche imperfetti, ma vivi. Oggi più che mai serve una scuola che non si limiti a trasmettere nozioni, ma che attivi il pensiero. Che formi cittadini e persone capaci di comunicare, interpretare, scegliere.
In fondo, comunicare significa mettere in comune qualcosa. E se perdiamo questa capacità, perdiamo il legame che tiene insieme la nostra società.
🔄 Comunicare è educare (e viceversa)
Ogni vero insegnante è un comunicatore. Ogni buon comunicatore è, in fondo, un educatore. E oggi questa responsabilità non è più solo degli insegnanti.
Lo è anche dei genitori. Dei giornalisti. Degli scrittori. Dei divulgatori. Dei cittadini che decidono di usare bene le parole, anche sui social. Lo è di tutti noi.
📍 In conclusione
Ci sarà sempre chi costruisce scuole. Ma il vero nodo è costruire la scuola. Una scuola che non abbia paura della complessità, che educhi al linguaggio, al dubbio, all'ascolto.
Una scuola fatta di maestri che non si limitano a istruire, ma trasformano. Che sanno che ogni parola può essere un seme o un’arma, e scelgono la prima.
I neuroni tra le ruote oggi pedalano verso questo orizzonte: una società che sappia ancora pensare, e che trovi nella scuola non un ricordo sbiadito, ma la sua prima e più urgente speranza.
Ovvero: come Machiavelli ci aveva avvisati (e non l'abbiamo ascoltato)
C’è una scena che si ripete, in tanti paesi, piccoli e grandi: una volta eletti, alcuni politici sembrano dimenticare il perché si erano candidati. Non costruiscono, non ascoltano, non cambiano nulla. Si limitano a rimanere dove sono. A “gestire la posizione”, come si dice nel calcio quando una squadra si chiude in difesa sperando che il tempo passi.
Ma allora, viene da chiedersi: governare è un mezzo o è diventato un fine? La risposta, guarda caso, ce l’aveva già data Niccolò Machiavelli, cinquecento anni fa.
🦊 Machiavelli: il più frainteso della storia
Dici “machiavellico” e pensi subito a trame oscure, bugie, potere spietato. Ma il vero Machiavelli era più realista che malvagio. Nel suo libro più famoso, Il Principe, diceva che un governante – per mantenere l’ordine e la stabilità – può usare anche mezzi duri o discutibili, ma a una condizione: che lo faccia per il bene dello Stato.
“Il fine giustifica i mezzi” – sì, ma il fine deve esserci, e deve essere chiaro, utile, collettivo.
🔁 L’inversione machiavellica: quando il potere si dimentica perché c’è
Col tempo, però, molti hanno preso questa formula e l’hanno capovolta. Ecco allora l’inversione machiavellica: non si usano più i mezzi per arrivare a un fine… ma si usano i fini per giustificare i mezzi, e soprattutto si usano i mezzi per restare lì, fermi, a gestire il potere come se fosse un mestiere qualunque.
È la politica dell’apparire, del mantenere il consenso a ogni costo, del “non fare troppi scossoni” per non disturbare nessuno. È il regno della comunicazione senza contenuti, delle inaugurazioni senza progetti, dei selfie con la fascia tricolore mentre il paese crolla a pezzi.
🏛️ Un esempio sotto casa
Prendiamo un piccolo comune. In campagna elettorale si promette trasparenza, dialogo, partecipazione. Poi, una volta eletti, si chiudono i canali, si comunica solo attraverso post generici, si ignorano le minoranze, si gestiscono le informazioni come se fossero beni privati.
Il potere, anziché servire a fare, diventa un mestiere da conservare. E chi lo esercita pensa più a rimanere in sella che ad andare da qualche parte.
Machiavelli – che pure era toscano e quindi molto pragmatico – avrebbe detto:
“Questo non è governare. È semplicemente occupare una poltrona.”
🧠 Neuroni in allerta: i segnali dell’inversione
Come riconoscerla? Alcuni segnali sono molto chiari:
Si comunica solo per farsi vedere, mai per spiegare o informare
Si evitano decisioni impopolari, anche se necessarie
Si confonde il successo personale con il bene pubblico
Si costruisce consenso con eventi, bandi, foto, ma senza visione di lungo periodo
Non si ammettono errori, non si ascoltano critiche
🤔 E allora? Che si fa?
La soluzione non è semplice, ma parte da una presa di coscienza collettiva. Chi fa politica, a qualunque livello, dovrebbe tornare a chiedersi:
"Perché sono qui? Cosa sto facendo per gli altri?"
E chi osserva, vota, partecipa, dovrebbe smettere di accontentarsi del “tanto sono tutti uguali”, e iniziare a pretendere chiarezza, coerenza e visione.
📍 In conclusione
Machiavelli non ci ha insegnato a essere cinici. Ci ha insegnato a guardare la realtà in faccia. A capire che il potere, se non è usato per qualcosa di più grande, rischia di diventare un fine sterile, una recita continua, un esercizio senza scopo.
E allora, parafrasando il titolo di oggi:
Chi governa solo per governare, non governa affatto. Sta solo occupando spazio.
E i neuroni, quelli veri, quelli tra le ruote, meritano di meglio.
Scrivi come mangi? Anche no. Manuale minimo per non sembrare scortesi online (senza saperlo)
Tra vecchia netiquette, nuove generazioni e istituzioni disorientate
Una volta, se sbagliavi a parlare, ti guardavano storto. Oggi, se sbagli a scrivere su WhatsApp o su Facebook, ti bloccano, ti segnalano o peggio… ti fraintendono.
Benvenuti nell’era della comunicazione digitale disorientata, dove anche chi è nato con lo smartphone in mano spesso non sa bene cosa sta facendo.
📱 Generazioni connesse, ma confuse
C’è un mito da sfatare: i giovani “nativi digitali” sanno usare la tecnologia, ma non sempre la capiscono. Sanno scorrere, cliccare, taggare, ma spesso non distinguono:
un profilo privato da un profilo pubblico
una pagina personale da una istituzionale
una chat tra amici da una conversazione formale
un tono ironico da un tono offensivo
E così succede che ti ritrovi uno studente che risponde “ok bro” al preside su Teams, o un impiegato comunale che pubblica il video del matrimonio del cugino sulla pagina ufficiale del Comune di San Bartolomeo in Capo al Monte.
📜 Torna la Netiquette (o forse non se n’è mai andata)
Alla fine degli anni ’90, quando Internet sembrava ancora una cosa per pochi, qualcuno si preoccupò di scrivere una sorta di galateo digitale. Si chiamava Netiquette – unione di network e etiquette.
Era un insieme di regole semplici:
Non scrivere tutto in MAIUSCOLO (sembra che urli)
Non rispondere di impulso (potresti pentirtene)
Firma i messaggi
Non inviare catene o messaggi inutili
Rispetta l’ambiente digitale come fosse reale
Semplice, no? Eppure oggi, che la tecnologia è molto più diffusa, queste regole sembrano dimenticate.
🏛️ Quando a sbagliare sono le istituzioni
Qui ci scappa la mia solita risata, ma anche un po’ di preoccupazione. Perché se il cittadino sbaglia, pazienza. Ma quando a confondere i registri sono le istituzioni, la cosa si fa seria.
Pagine Facebook ufficiali con emoji fuori luogo, post pubblici scritti come fossero messaggi tra amici (“Buongiornissimo, caffè e delibera n. 27!”), risposte aggressive (spesso in privato) ai commenti dei cittadini, o – peggio – assenza totale di comunicazione.
Perché sì: non comunicare è anch’essa una forma di comunicazione. Dice: “non mi interessa parlarti”.
🤔 Registri comunicativi: perché sono importanti
In sociologia e in linguistica si parla spesso di registro comunicativo: è il tono, il linguaggio, il modo in cui ci si rivolge a qualcuno.
Non useresti lo stesso tono con il parroco, con il meccanico e con la nonna, giusto? Allora perché sui social parliamo sempre nello stesso modo – e spesso nel modo sbagliato?
Mescolare registri senza accorgersene porta fraintendimenti, tensioni, rotture. Un messaggio istituzionale con toni troppo “caserecci” può sembrare poco professionale. Un post personale troppo freddo può sembrare arrogante. E il rischio è sempre quello: perdere fiducia.
📣 Cosa possiamo fare?
Non serve diventare tutti esperti di comunicazione digitale, ma un minimo di consapevolezza sì:
Chiediamoci sempre a chi stiamo scrivendo
Verifichiamo se stiamo usando il canale giusto
Adattiamo il tono e il contenuto
Rileggiamo prima di premere “Invio”
E soprattutto: distinguiamo i ruoli. Un assessore, un medico, un insegnante non parlano mai solo a nome proprio. Anche online, rappresentano qualcosa.
🚲 Due neuroni in più non guastano
La comunicazione digitale è come andare in bicicletta: sembra facile, ma se non tieni il manubrio dritto, finisci nel fosso. I social, i messaggi, le email, non sono solo strumenti: sono ambienti in cui ci muoviamo. E come ogni ambiente, richiedono educazione, attenzione e un po’ di stile.
E se ogni tanto ti viene il dubbio su cosa scrivere… magari è il momento giusto per stare zitto, che è sempre meglio che sembrare sciocchi con troppa sicurezza.
📍 In conclusione
Se un giorno qualcuno scriverà una nuova netiquette per il 2025, io proporrò la prima regola:
“Tratta ogni parola digitale come se ti dovessero rispondere di persona, guardandoti negli occhi e mettendoci la faccia.”
E forse, chissà, torneremmo tutti a parlare un po’ meglio. Anche da dietro uno schermo.
Quelle due che mi hanno fatto venire il mal di testa (e la voglia di capire)
Storia di due "maestre" che non ho mai smesso di ascoltare
Ci sono incontri che ti segnano. Non servono chissà quali drammi o miracoli. A volte basta entrare per la prima volta in un’aula universitaria, sederti con l’ansia del “chi me l’ha fatto fare”, e trovarti davanti una professoressa elegante, sicura, che prende il gessetto e scrive alla lavagna: Shannon e Weaver – Modello di comunicazione.
È stato il mio primo giorno all’università. Lei era Donatella Pacelli. Io ero solo uno dei tanti, ma per me – lo confesso – è stata una folgorazione intellettuale.
Non avevo mai visto spiegare così bene qualcosa di così apparentemente astratto. Quelle frecce sulla lavagna, quel “rumore” che interferiva nel passaggio del messaggio, quel mittente e quel destinatario, mi hanno fatto venire un bel mal di testa. Ma anche una fame nuova: quella di capire. Di studiare non per dovere, ma per piacere. Per trovare un senso. E così è cominciata una strada.
🎓 Donatella: la prima scintilla
La professoressa Pacelli non è stata solo una docente di sociologia. È stata, per molti di noi, una finestra spalancata sulla realtà.
Perché sì, parlava di teoria. Ma sapeva farla diventare carne e sangue. Portava dentro l’aula esempi reali, riflessioni acute, a volte provocatorie, sempre vive. Studiava (e studia ancora) la società, i media, il tempo, i simboli. E lo faceva senza mai far pesare il proprio ruolo.
Nel tempo ho continuato a seguirla, anche da lontano. È diventata una delle figure più autorevoli della sociologia italiana, oggi professoressa ordinaria alla LUMSA, presidente di comitati ministeriali e attivissima nel campo della comunicazione pubblica e della tutela dei minori.
Io, invece, sono rimasto il tipo del primo banco, quello che prende appunti e ogni tanto si distrae, ma che a quelle lezioni ci torna col pensiero.
🤝 Cristina: la guida
Poi c’è Cristina Marchetti. Con Cristina il rapporto è stato diverso, ma non meno profondo. È stata la mia relatrice di tesi. Ma soprattutto, è stata presente anche dopo, in quel limbo dove molti professori si defilano. Lei no.
Quando ho cominciato a occuparmi di formazione nel settore sanitario, l’ho coinvolta nei miei corsi ECM per medici e operatori. E lei ha detto sì. È venuta, ha parlato, ha spiegato, con quella chiarezza rara che serve quando ci si trova davanti a platee stanche, pratiche, concrete. Quelle platee che hanno necessità dei crediti formativi per la loro professione.
Oggi Cristina è professoressa ordinaria di Sociologia politica alla Sapienza di Roma, e dirige un intero Dipartimento. Parla di Europa, di lobby, di opinione pubblica, ma anche – e sempre – di persone. Di come funzioniamo, di come ci rappresentiamo, di come ci parliamo.
🙇 Perché scrivo tutto questo?
Perché in un tempo in cui sembra che tutti si siano fatti da soli, io voglio dire il contrario. Io non mi sono fatto da solo. Ho avuto maestri, e maestre. Ho avuto la fortuna di sedermi ad ascoltare, di imparare da chi ne sapeva più di me e aveva voglia di trasmetterlo.
Scrivo queste righe per ringraziare. Perché se oggi provo a spiegare la comunicazione a chi mi ascolta in una piazza di paese, o in un’aula improvvisata, è anche grazie a quelle due donne che mi hanno fatto venire il mal di testa e la voglia di capire.
E anche se la vita mi ha portato lontano dai banchi universitari, non ho mai smesso di ascoltarle.
📍 P.S. A chi legge
Se sei capitato su questo blog e ti stai chiedendo perché parlo di “neuroni tra le ruote”, ora lo sai: è perché le idee vanno fatte camminare, anche se ogni tanto inciampano. E perché ogni pensiero che gira, ogni parola che pronuncio, ha una strada che parte da lontano.
Io su quella strada ci ho trovato Donatella e Cristina.
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