Il ponte di Brabau non è un confine
Dalla pratica alla grammatica del marketing territoriale.
Questa volta vorrei lasciare fuori i nomi.
Non perché non siano importanti. In questi giorni hanno parlato amministratori, consiglieri, uomini delle istituzioni e della cultura. Hanno replicato, precisato, discusso. E attorno alle loro parole, come spesso accade sui social, si sono formate le inevitabili tifoserie.
Vorrei però provare a guardare la scena da una prospettiva diversa.
Forse perché, arrivato a sessantuno anni, certe cose assumono un significato particolare quando prima le hai studiate, poi le hai osservate per molti anni e alla fine hai avuto anche la fortuna di provarle con le tue mani.
Per quasi un quarto di secolo la vita mi ha portato spesso fuori da questa provincia. Roma, gli uffici, l'università, gli ambienti della comunicazione, della sanità e dell'amministrazione. Luoghi nei quali si imparano parole importanti: programmazione, comunicazione integrata, marketing territoriale, governance, pianificazione.
Poi si torna a casa.
E tornando a casa si scopre che le parole, per avere davvero valore, devono saper camminare anche sulle nostre strade. Devono resistere al maestrale, al caldo umido di agosto, alle difficoltà della viabilità, ai bilanci dei piccoli Comuni, alle relazioni personali e anche a quelle piccole rivalità di paese che appartengono da sempre alla nostra storia.
Questa è la provincia di Oristano.
Una terra che amo profondamente.
Ed è forse per questo che le discussioni di queste settimane sui grandi eventi, sulle date che si sovrappongono e sui rapporti tra Oristano, Cabras e il Sinis mi hanno incuriosito molto più della semplice polemica.
Perché dietro un concerto c'è molto più di un concerto.
Prima la polvere, poi le parole
Quest'estate ne ho avuto una conferma molto concreta.
Per qualche settimana i libri e le teorie sono rimasti a casa e le scarpe si sono riempite della polvere di Tharros e del piazzale del Museo di Cabras.
Ho lavorato nella gestione operativa della sicurezza di alcuni grandi eventi.
È un punto di osservazione molto particolare. Mentre davanti al palco ci sono musica, luci e applausi, dietro esiste un mondo quasi invisibile fatto di persone che arrivano ore prima e se ne vanno quando il pubblico è già tornato a casa.
Hostess, addetti alla sicurezza, antincendio, bodyguard, forze dell'ordine, soccorritori, tecnici e organizzatori.
Ci sono gli accessi da controllare, le vie di fuga da lasciare libere, le ambulanze che devono poter passare, i flussi di persone da accompagnare, i piccoli problemi da risolvere possibilmente prima che diventino grandi problemi.
In alcune serate ho coordinato una trentina di persone.
E alla fine ti accorgi che la parte migliore del lavoro è proprio quella che nessuno ha notato. Perché quando tutto funziona, sembra facile.
È stata una bella soddisfazione personale. Non tanto per il ruolo, quanto per avere verificato ancora una volta una convinzione che mi accompagna da molti anni: la teoria è indispensabile, ma da sola non basta.
Prima o poi bisogna sporcarsi le mani. Bisogna scendere dalla cattedra, togliersi la giacca, prendere una radio e vedere se quello che abbiamo imparato funziona davvero.
La pratica, qualche volta, mette ordine nella grammatica.
Ed è anche per questo che oggi riesco a osservare con una certa tenerezza le dispute su quale Comune debba organizzare cosa, su chi abbia programmato prima, su chi avrebbe dovuto telefonare all'altro o su chi debba rivendicare una leadership.
Sono questioni legittime. Ma forse il problema vero è più grande.
Il turista non vede i nostri confini
Molti anni fa, qui a Riola, prima che la pandemia cambiasse improvvisamente le nostre vite, avevamo già provato a ragionare su questi temi.
Organizzammo incontri sulla promozione territoriale e sulla possibilità di costruire un marchio d'area.
L'idea di fondo era molto semplice: nessuno dei nostri piccoli centri, preso isolatamente, possiede tutto ciò che serve per diventare una destinazione compiuta.
Insieme, invece, possediamo quasi tutto.
Abbiamo il mare, gli stagni, l'archeologia, la storia, l'agricoltura, l'enogastronomia, l'artigianato, le feste, i paesaggi, i piccoli paesi e una città capoluogo.
Avevamo già intuito allora una cosa che continua a sembrarmi elementare: il visitatore non ragiona come un ufficio anagrafe.
Può svegliarsi a Oristano, andare a Tharros, mangiare a Cabras, trascorrere il pomeriggio a Is Arutas, comprare qualcosa a Riola e tornare la sera verso Torre Grande per assistere a uno spettacolo.
Per lui quella giornata non è stata trascorsa in cinque territori amministrativi differenti. È stata vissuta in un luogo. In una destinazione.
È questo, in fondo, il marketing territoriale nella sua forma più semplice.
Non significa necessariamente avere più eventi degli altri. Non significa portare il cantante più famoso, avere il manifesto più bello o aggiungere qualche parola inglese a una brochure.
Significa costruire ragioni perché qualcuno venga qui, rimanga un po' più a lungo, conosca più luoghi, incontri più persone, assaggi i nostri prodotti, entri nei nostri musei, utilizzi i nostri servizi e torni a casa con il desiderio di ritornare.
Un concerto può fare moltissimo. Ma il concerto è uno strumento. Non è il progetto.
Ed è forse questo che rischiamo di dimenticare quando discutiamo sulla contemporaneità degli eventi.
Due manifestazioni nello stesso giorno non costituiscono automaticamente un errore. Potrebbero rivolgersi a pubblici differenti. Potrebbero completarsi. Potrebbero perfino aumentare l'attrattività complessiva del territorio.
La vera differenza non è tra contemporaneità e non contemporaneità. È tra ciò che viene programmato e ciò che semplicemente capita.
Chi ha lavorato sul campo sa bene che esiste poi un limite molto concreto: la sicurezza.
Quando migliaia di persone si muovono contemporaneamente su poche strade, quando devono essere garantiti parcheggi, vie di soccorso, ordine pubblico e percorsi di evacuazione, la teoria lascia rapidamente spazio alla realtà.
La sicurezza ci dice se una cosa può essere fatta. Ma c'è una seconda domanda.
Ed è qui che comincia la strategia.
Non chiedersi il permesso. Conoscersi
Immagino qualcosa di molto meno complicato di quanto possa sembrare.
All'inizio dell'anno si mettono sul tavolo le grandi date del territorio. Prima quelle che non possono essere spostate: le feste religiose, gli appuntamenti identitari, i festival consolidati, le manifestazioni culturali già programmate.
Poi si costruisce intorno il resto.
Nessun Comune deve chiedere il permesso all'altro. Oristano non deve telefonare a Cabras per sapere se può organizzare un concerto. Cabras non deve chiedere il consenso a Oristano prima di programmare un festival.
Sarebbe una caricatura della collaborazione.
Basterebbe conoscersi. Sapere cosa stanno facendo gli altri e domandarsi se due iniziative possano aiutarsi o danneggiarsi.
Un concerto porta diecimila persone? Benissimo. Possiamo dare a quelle persone una ragione per arrivare qualche ora prima? Possiamo invitarle a conoscere un museo, un sito archeologico, un ristorante, un produttore locale? Possiamo offrire una ragione per fermarsi una notte in più?
E chi arriva per la bottarga può scoprire Oristano? Chi viene per Mont'e Prama può fermarsi per un concerto? Chi dorme a Oristano può trascorrere il giorno successivo nel Sinis?
Se accade questo non ha vinto Cabras e non ha vinto Oristano. Ha vinto il territorio.
Il campanile, del resto, è una cosa bellissima. È identità, appartenenza, memoria. È persino quella innocente convinzione che la festa del nostro paese sia sempre un po' più bella di quella del paese accanto.
Guai a perderlo.
Il problema nasce soltanto quando il campanile diventa un muro. Perché il successo del vicino non è necessariamente la nostra sconfitta.
Un turista che dorme a Oristano e visita Tharros fa bene a entrambi. Chi dorme a Cabras e cena a Santa Giusta non ha tradito nessuno. Chi arriva per un concerto e scopre Mont'e Prama è una buona notizia. E lo è altrettanto chi viene per Mont'e Prama e decide di fermarsi perché quella sera, a pochi chilometri, c'è della buona musica.
Forse dovremmo imparare a contare soprattutto queste vittorie. Non soltanto quante persone abbiamo avuto davanti al palco, ma quanto tempo sono rimaste, quali luoghi hanno visitato, quante imprese hanno lavorato, quanta parte della ricchezza prodotta è rimasta qui.
Anche la Regione Sardegna, nei propri documenti di programmazione, immagina ormai una gestione turistica capace di mettere insieme mare, natura, musei, archeologia, identità, enogastronomia e grandi eventi dentro una logica coordinata.
E l'OCSE, nelle sue più recenti indicazioni sulle politiche turistiche, va nella stessa direzione: non basta più attirare visitatori. Bisogna governare i flussi, integrare il turismo con le infrastrutture e lo sviluppo locale, coinvolgere le comunità e fare in modo che il valore economico prodotto rimanga il più possibile nei territori che accolgono.
In altre parole, non basta promuovere una destinazione. Bisogna imparare a gestirla.
È molto più difficile. Richiede istituzioni che si parlino, imprese, associazioni, cultura, trasporti, sicurezza e servizi. Richiede dati, pazienza e continuità.
E richiede soprattutto qualcosa che nei piccoli territori è forse la cosa più complicata: fidarsi un poco gli uni degli altri.
Un ponte, appunto
Dopo aver letto interventi, repliche e centinaia di commenti di queste settimane, mi rimane però anche una sensazione positiva.
Se togliamo i toni, le appartenenze e qualche inevitabile puntura d'orgoglio, alla fine quasi tutti sembrano chiedere le stesse cose.
Una maggiore capacità di trasformare il turismo in economia reale.
Forse siamo meno lontani di quanto possa apparire leggendo i social.
Il problema nasce quando dobbiamo decidere chi debba guidare. Il capoluogo? Il Comune più dinamico? Una Fondazione? Una rete di soggetti?
Forse anche questa domanda può essere superata.
Una destinazione non ha necessariamente bisogno di un padrone. Ha bisogno di persone e istituzioni capaci di lavorare insieme.
Nei palazzi e nelle università la chiamano governance. Da queste parti potremmo anche chiamarla semplicemente buon senso organizzato.
Dopo molti anni trascorsi fuori e dopo essere tornato nella terra dove sono nato, ho imparato ad avere rispetto per i tempi della provincia.
Non possiamo pretendere che i nostri paesi ragionino come grandi città metropolitane. La dimensione umana è diversa.
Qui le persone si conoscono, un amministratore lo incontri al bar o alla festa del paese, le rivalità hanno memoria lunga e le decisioni pubbliche possiedono quasi sempre anche un volto.
Qualche volta è un limite. Ma può essere anche una straordinaria opportunità.
È forse questa la riflessione che mi porto dietro da questa estate.
Dopo tanti anni trascorsi a studiare e parlare di comunicazione, organizzazione e territorio, ho avuto la soddisfazione di tornare a casa qualche sera stanco, con la camicia bagnata dal caldo e le scarpe impolverate, sapendo che un evento era andato bene anche grazie al lavoro silenzioso di tante persone.
E ho riscoperto una piccola verità. La teoria serve. La pratica anche. E forse diventiamo un po' più saggi quando riusciamo finalmente a farle incontrare.
I confini esistono sulle carte. Le comunità hanno bisogno delle loro identità e i Comuni hanno il diritto e il dovere di perseguire il bene dei propri cittadini.
Ma quando parliamo di sviluppo, turismo e futuro, qualche volta bisogna riuscire a guardare oltre il cartello posto sul ciglio della strada.
Perché tra Oristano e Cabras c'è un ponte. E forse non è casuale.
Il ponte di Brabau non è un confine. È un ponte.
E un ponte non chiede a una sponda di rinunciare alla propria identità. Le chiede soltanto di ricordarsi che, dall'altra parte, ce n'è un'altra.
Neuroni tra le ruote · Sinis Magazine

