Il ponte di Brabau non è un confine

Il ponte di Brabau non è un confine

Neuroni tra le ruote · Numero speciale

Il ponte di Brabau non è un confine

Concerti, bottarga e campanili.
Dalla pratica alla grammatica del marketing territoriale.

Questa volta vorrei lasciare fuori i nomi.

Non perché non siano importanti. In questi giorni hanno parlato amministratori, consiglieri, uomini delle istituzioni e della cultura. Hanno replicato, precisato, discusso. E attorno alle loro parole, come spesso accade sui social, si sono formate le inevitabili tifoserie.

Vorrei però provare a guardare la scena da una prospettiva diversa.

Forse perché, arrivato a sessantuno anni, certe cose assumono un significato particolare quando prima le hai studiate, poi le hai osservate per molti anni e alla fine hai avuto anche la fortuna di provarle con le tue mani.

Per quasi un quarto di secolo la vita mi ha portato spesso fuori da questa provincia. Roma, gli uffici, l'università, gli ambienti della comunicazione, della sanità e dell'amministrazione. Luoghi nei quali si imparano parole importanti: programmazione, comunicazione integrata, marketing territoriale, governance, pianificazione.

Poi si torna a casa.

E tornando a casa si scopre che le parole, per avere davvero valore, devono saper camminare anche sulle nostre strade. Devono resistere al maestrale, al caldo umido di agosto, alle difficoltà della viabilità, ai bilanci dei piccoli Comuni, alle relazioni personali e anche a quelle piccole rivalità di paese che appartengono da sempre alla nostra storia.

Questa è la provincia di Oristano.

Una terra che amo profondamente.

Ed è forse per questo che le discussioni di queste settimane sui grandi eventi, sulle date che si sovrappongono e sui rapporti tra Oristano, Cabras e il Sinis mi hanno incuriosito molto più della semplice polemica.

Perché dietro un concerto c'è molto più di un concerto.

Prima la polvere, poi le parole

Quest'estate ne ho avuto una conferma molto concreta.

Per qualche settimana i libri e le teorie sono rimasti a casa e le scarpe si sono riempite della polvere di Tharros e del piazzale del Museo di Cabras.

Ho lavorato nella gestione operativa della sicurezza di alcuni grandi eventi.

È un punto di osservazione molto particolare. Mentre davanti al palco ci sono musica, luci e applausi, dietro esiste un mondo quasi invisibile fatto di persone che arrivano ore prima e se ne vanno quando il pubblico è già tornato a casa.

Hostess, addetti alla sicurezza, antincendio, bodyguard, forze dell'ordine, soccorritori, tecnici e organizzatori.

Ci sono gli accessi da controllare, le vie di fuga da lasciare libere, le ambulanze che devono poter passare, i flussi di persone da accompagnare, i piccoli problemi da risolvere possibilmente prima che diventino grandi problemi.

In alcune serate ho coordinato una trentina di persone.

E alla fine ti accorgi che la parte migliore del lavoro è proprio quella che nessuno ha notato. Perché quando tutto funziona, sembra facile.

È stata una bella soddisfazione personale. Non tanto per il ruolo, quanto per avere verificato ancora una volta una convinzione che mi accompagna da molti anni: la teoria è indispensabile, ma da sola non basta.

Prima o poi bisogna sporcarsi le mani. Bisogna scendere dalla cattedra, togliersi la giacca, prendere una radio e vedere se quello che abbiamo imparato funziona davvero.

La pratica, qualche volta, mette ordine nella grammatica.

Ed è anche per questo che oggi riesco a osservare con una certa tenerezza le dispute su quale Comune debba organizzare cosa, su chi abbia programmato prima, su chi avrebbe dovuto telefonare all'altro o su chi debba rivendicare una leadership.

Sono questioni legittime. Ma forse il problema vero è più grande.

Il turista non vede i nostri confini

Molti anni fa, qui a Riola, prima che la pandemia cambiasse improvvisamente le nostre vite, avevamo già provato a ragionare su questi temi.

Organizzammo incontri sulla promozione territoriale e sulla possibilità di costruire un marchio d'area.

L'idea di fondo era molto semplice: nessuno dei nostri piccoli centri, preso isolatamente, possiede tutto ciò che serve per diventare una destinazione compiuta.

Insieme, invece, possediamo quasi tutto.

Abbiamo il mare, gli stagni, l'archeologia, la storia, l'agricoltura, l'enogastronomia, l'artigianato, le feste, i paesaggi, i piccoli paesi e una città capoluogo.

Avevamo già intuito allora una cosa che continua a sembrarmi elementare: il visitatore non ragiona come un ufficio anagrafe.

Può svegliarsi a Oristano, andare a Tharros, mangiare a Cabras, trascorrere il pomeriggio a Is Arutas, comprare qualcosa a Riola e tornare la sera verso Torre Grande per assistere a uno spettacolo.

Per lui quella giornata non è stata trascorsa in cinque territori amministrativi differenti. È stata vissuta in un luogo. In una destinazione.

È questo, in fondo, il marketing territoriale nella sua forma più semplice.

Non significa necessariamente avere più eventi degli altri. Non significa portare il cantante più famoso, avere il manifesto più bello o aggiungere qualche parola inglese a una brochure.

Significa costruire ragioni perché qualcuno venga qui, rimanga un po' più a lungo, conosca più luoghi, incontri più persone, assaggi i nostri prodotti, entri nei nostri musei, utilizzi i nostri servizi e torni a casa con il desiderio di ritornare.

Un concerto può fare moltissimo. Ma il concerto è uno strumento. Non è il progetto.

Ed è forse questo che rischiamo di dimenticare quando discutiamo sulla contemporaneità degli eventi.

Due manifestazioni nello stesso giorno non costituiscono automaticamente un errore. Potrebbero rivolgersi a pubblici differenti. Potrebbero completarsi. Potrebbero perfino aumentare l'attrattività complessiva del territorio.

La vera differenza non è tra contemporaneità e non contemporaneità. È tra ciò che viene programmato e ciò che semplicemente capita.

Chi ha lavorato sul campo sa bene che esiste poi un limite molto concreto: la sicurezza.

Quando migliaia di persone si muovono contemporaneamente su poche strade, quando devono essere garantiti parcheggi, vie di soccorso, ordine pubblico e percorsi di evacuazione, la teoria lascia rapidamente spazio alla realtà.

La sicurezza ci dice se una cosa può essere fatta. Ma c'è una seconda domanda.

Conviene farla?

Ed è qui che comincia la strategia.

Non chiedersi il permesso. Conoscersi

Immagino qualcosa di molto meno complicato di quanto possa sembrare.

All'inizio dell'anno si mettono sul tavolo le grandi date del territorio. Prima quelle che non possono essere spostate: le feste religiose, gli appuntamenti identitari, i festival consolidati, le manifestazioni culturali già programmate.

Poi si costruisce intorno il resto.

Nessun Comune deve chiedere il permesso all'altro. Oristano non deve telefonare a Cabras per sapere se può organizzare un concerto. Cabras non deve chiedere il consenso a Oristano prima di programmare un festival.

Sarebbe una caricatura della collaborazione.

Basterebbe conoscersi. Sapere cosa stanno facendo gli altri e domandarsi se due iniziative possano aiutarsi o danneggiarsi.

Un concerto porta diecimila persone? Benissimo. Possiamo dare a quelle persone una ragione per arrivare qualche ora prima? Possiamo invitarle a conoscere un museo, un sito archeologico, un ristorante, un produttore locale? Possiamo offrire una ragione per fermarsi una notte in più?

E chi arriva per la bottarga può scoprire Oristano? Chi viene per Mont'e Prama può fermarsi per un concerto? Chi dorme a Oristano può trascorrere il giorno successivo nel Sinis?

Se accade questo non ha vinto Cabras e non ha vinto Oristano. Ha vinto il territorio.

Il campanile, del resto, è una cosa bellissima. È identità, appartenenza, memoria. È persino quella innocente convinzione che la festa del nostro paese sia sempre un po' più bella di quella del paese accanto.

Guai a perderlo.

Il problema nasce soltanto quando il campanile diventa un muro. Perché il successo del vicino non è necessariamente la nostra sconfitta.

Un turista che dorme a Oristano e visita Tharros fa bene a entrambi. Chi dorme a Cabras e cena a Santa Giusta non ha tradito nessuno. Chi arriva per un concerto e scopre Mont'e Prama è una buona notizia. E lo è altrettanto chi viene per Mont'e Prama e decide di fermarsi perché quella sera, a pochi chilometri, c'è della buona musica.

Forse dovremmo imparare a contare soprattutto queste vittorie. Non soltanto quante persone abbiamo avuto davanti al palco, ma quanto tempo sono rimaste, quali luoghi hanno visitato, quante imprese hanno lavorato, quanta parte della ricchezza prodotta è rimasta qui.

Anche la Regione Sardegna, nei propri documenti di programmazione, immagina ormai una gestione turistica capace di mettere insieme mare, natura, musei, archeologia, identità, enogastronomia e grandi eventi dentro una logica coordinata.

E l'OCSE, nelle sue più recenti indicazioni sulle politiche turistiche, va nella stessa direzione: non basta più attirare visitatori. Bisogna governare i flussi, integrare il turismo con le infrastrutture e lo sviluppo locale, coinvolgere le comunità e fare in modo che il valore economico prodotto rimanga il più possibile nei territori che accolgono.

In altre parole, non basta promuovere una destinazione. Bisogna imparare a gestirla.

È molto più difficile. Richiede istituzioni che si parlino, imprese, associazioni, cultura, trasporti, sicurezza e servizi. Richiede dati, pazienza e continuità.

E richiede soprattutto qualcosa che nei piccoli territori è forse la cosa più complicata: fidarsi un poco gli uni degli altri.

Un ponte, appunto

Dopo aver letto interventi, repliche e centinaia di commenti di queste settimane, mi rimane però anche una sensazione positiva.

Se togliamo i toni, le appartenenze e qualche inevitabile puntura d'orgoglio, alla fine quasi tutti sembrano chiedere le stesse cose.

Programmazione Collaborazione Sviluppo Infrastrutture Sicurezza

Una maggiore capacità di trasformare il turismo in economia reale.

Forse siamo meno lontani di quanto possa apparire leggendo i social.

Il problema nasce quando dobbiamo decidere chi debba guidare. Il capoluogo? Il Comune più dinamico? Una Fondazione? Una rete di soggetti?

Forse anche questa domanda può essere superata.

Una destinazione non ha necessariamente bisogno di un padrone. Ha bisogno di persone e istituzioni capaci di lavorare insieme.

Nei palazzi e nelle università la chiamano governance. Da queste parti potremmo anche chiamarla semplicemente buon senso organizzato.

Dopo molti anni trascorsi fuori e dopo essere tornato nella terra dove sono nato, ho imparato ad avere rispetto per i tempi della provincia.

Non possiamo pretendere che i nostri paesi ragionino come grandi città metropolitane. La dimensione umana è diversa.

Qui le persone si conoscono, un amministratore lo incontri al bar o alla festa del paese, le rivalità hanno memoria lunga e le decisioni pubbliche possiedono quasi sempre anche un volto.

Qualche volta è un limite. Ma può essere anche una straordinaria opportunità.

È forse questa la riflessione che mi porto dietro da questa estate.

Dopo tanti anni trascorsi a studiare e parlare di comunicazione, organizzazione e territorio, ho avuto la soddisfazione di tornare a casa qualche sera stanco, con la camicia bagnata dal caldo e le scarpe impolverate, sapendo che un evento era andato bene anche grazie al lavoro silenzioso di tante persone.

E ho riscoperto una piccola verità. La teoria serve. La pratica anche. E forse diventiamo un po' più saggi quando riusciamo finalmente a farle incontrare.

I confini esistono sulle carte. Le comunità hanno bisogno delle loro identità e i Comuni hanno il diritto e il dovere di perseguire il bene dei propri cittadini.

Ma quando parliamo di sviluppo, turismo e futuro, qualche volta bisogna riuscire a guardare oltre il cartello posto sul ciglio della strada.

Perché tra Oristano e Cabras c'è un ponte. E forse non è casuale.

Il ponte di Brabau non è un confine. È un ponte.

E un ponte non chiede a una sponda di rinunciare alla propria identità. Le chiede soltanto di ricordarsi che, dall'altra parte, ce n'è un'altra.

Mario Cesare Secci
Neuroni tra le ruote · Sinis Magazine
Neuroni tra le ruote 9

Neuroni tra le ruote 9

🧠 Neuroni tra le ruote – Episodio 9

Social media: istruzioni per l’uso (che nessuno legge)

Ovvero: come trasformare un pensiero in un boomerang in meno di trenta secondi

C’è una cosa affascinante nei social network:
sono strumenti potentissimi, progettati per connettere il mondo…
e utilizzati quotidianamente per fraintendersi nel raggio di poche decine di metri.

Basta poco.

Una frase appena ironica.
Un riferimento geografico.
Una battuta, magari colta.

E improvvisamente accade qualcosa di straordinario:
qualcuno si riconosce dove non era stato chiamato.

Il grande classico: “Sta parlando di me”
È uno dei fenomeni più diffusi della comunicazione contemporanea.

Si legge un post.
Non lo si comprende del tutto.
Non lo si contestualizza.
Ma lo si interpreta.

E soprattutto, lo si personalizza.

“Questo è chiaramente un attacco.”

Anche quando non lo è.
Anche quando non potrebbe esserlo.
Anche quando il nome… non c’è.

È una forma moderna di telepatia al contrario:
non si capisce cosa l’altro ha scritto,
ma si è certi di sapere cosa voleva dire.

Dalla teoria ipodermica… al commento impulsivo

Negli anni ’20 si parlava di teoria ipodermica:
l’idea che i messaggi venissero “iniettati” direttamente nella mente delle persone.

Oggi quella teoria è stata superata.
Sappiamo che la comunicazione è complessa, mediata, relazionale.

Eppure, osservando certi comportamenti online, viene un dubbio:

forse l’iniezione funziona ancora…
ma solo in un senso: dall’impulso alla tastiera.

Il percorso è semplice:

pensiero rapido → emozione → dito → invio.

Il cervello?
Arriva dopo. Se arriva.

Copertina Neuroni tra le ruote 9
Neuroni 9 prima pensa poi scrivi

Pubblico, privato e quella linea invisibile

Un altro piccolo dettaglio spesso trascurato:

i social non sono il salotto di casa.
Nemmeno il bar sotto casa.
E neanche la piazza del paese.

Sono tutte queste cose insieme.
E qualcosa di più.

Eppure molti li utilizzano come se fossero:

  • uno spazio privato, quando scrivono
  • uno spazio pubblico, quando leggono
  • e un’arena, quando rispondono

Il risultato è una forma di comunicazione ibrida,
dove il ruolo scompare e resta solo la reazione.

Il ruolo pubblico e la tentazione del commento

Chi ricopre un ruolo pubblico ha una responsabilità in più.
Non perché debba parlare meno.
Ma perché dovrebbe parlare (e scrivere) meglio.

Non ogni pensiero merita di diventare un post.
Non ogni fastidio merita una risposta.
Non ogni stimolo richiede una reazione immediata.

La distanza tra pensiero e parola è ciò che costruisce autorevolezza.

Accorciarla troppo… produce altro.

Il piccolo test di maturità digitale

Prima di pubblicare, basterebbe porsi tre domande semplici:

  1. Ho capito davvero ciò che sto leggendo?
  2. È necessario rispondere?
  3. Questo messaggio rappresenta il mio ruolo, o solo il mio umore?

Tre domande.
Trenta secondi.
Una rivoluzione.

In conclusione

I social media non sono il problema.
Non lo sono mai stati.

Sono uno specchio.
E, come tutti gli specchi, non aggiungono nulla:
riflettono ciò che siamo.

Il punto non è imparare a usarli meglio.
È imparare a pensare un attimo prima.

Perché tra un pensiero e una pubblicazione
esiste uno spazio prezioso.

Si chiama consapevolezza.

E non è ancora stata digitalizzata.


Post scriptum

Chi ha capito, ha sorriso.
Chi non ha capito… probabilmente ha già iniziato a scrivere un commento.

Piazze piene, aule vuote – Neuroni 7

Piazze piene, aule vuote – Neuroni 7

🧠 Neuroni tra le ruote – Episodio 7

Piazze piene, aule vuote

La forma e la sostanza della democrazia

C’è un’immagine che colpisce più di molte parole:
piazze piene, aule vuote.

Le piazze sono il luogo della visibilità.
Le aule sono il luogo della decisione.
Le piazze parlano alla pancia.
Le aule parlano alla responsabilità.

La democrazia vive in entrambe. Ma non nello stesso modo.


📜 La forma e la sostanza

Il filosofo Norberto Bobbio distingueva tra democrazia formale e democrazia sostanziale.
La prima riguarda le regole, i riti, le procedure.
La seconda riguarda la qualità reale della partecipazione, la trasparenza, la possibilità concreta dei cittadini di conoscere, comprendere e incidere.

Riempire una piazza è un fatto visibile.
Rendere accessibili i processi decisionali è un fatto sostanziale.

E la democrazia, se vuole essere adulta, ha bisogno di sostanza.


🏛️ La sfera pubblica non è uno spettacolo

Jürgen Habermas parlava di “sfera pubblica” come spazio di discussione razionale, dove i cittadini possono formarsi un’opinione attraverso informazioni accessibili e confronto aperto.
Non uno show.
Non una rappresentazione.
Ma un luogo di costruzione collettiva del senso.

Oggi, grazie alle tecnologie digitali, la sfera pubblica può essere più ampia, più inclusiva, più partecipata di quanto sia mai stata nella storia.
Le moderne tecnologie della comunicazione non sono un vezzo. Sono strumenti che, se usati con responsabilità, rendono la democrazia più trasparente.

Trasmettere, archiviare, rendere consultabili le decisioni pubbliche significa riconoscere un principio semplice:

La cosa pubblica appartiene ai cittadini.


📱 Tecnologia: mezzo o minaccia?

Ogni epoca ha avuto le sue paure.
La stampa, la radio, la televisione: tutte sono state viste, inizialmente, come strumenti pericolosi o destabilizzanti.

Eppure Marshall McLuhan ci ha insegnato che “il medium è il messaggio”: il modo in cui comunichiamo modifica il modo in cui pensiamo la comunità.
Ignorare o sottovalutare le tecnologie contemporanee significa rinunciare a una parte della cittadinanza possibile.

La tecnologia, di per sé, non è né democratica né antidemocratica.
Diventa l’una o l’altra a seconda delle scelte che si compiono.

Ed è sempre, in fondo, "una questione di scelte".

Dott. Mario Cesare Secci
Dott. Mario Cesare Secci - Neuroni tra le ruote

🎭 I social come spazio etico

I social network sono oggi una piazza permanente.
Possono essere usati per creare consenso superficiale o per favorire partecipazione consapevole.
Possono alimentare tifoserie o stimolare pensiero critico.

Il loro utilizzo etico ed educativo dipende da una domanda preliminare:
stiamo cercando applausi o stiamo cercando consapevolezza?

Una democrazia matura non teme la diffusione delle informazioni.
La incoraggia.
Non teme il confronto.
Lo struttura.


🧠 Democrazia come esercizio quotidiano

Alexis de Tocqueville osservava che la forza delle comunità democratiche non risiede solo nelle istituzioni, ma nelle abitudini civiche dei cittadini.
La democrazia non è solo un evento elettorale.
È un esercizio quotidiano di responsabilità condivisa.

E allora la domanda torna, semplice e radicale:

Vogliamo piazze piene o cittadini informati?
Vogliamo visibilità o partecipazione?
Vogliamo forma o sostanza?

Le due dimensioni possono convivere.
Ma solo se la seconda non viene sacrificata alla prima.


🚲 Conclusione

“Piazze piene, aule vuote” è una metafora.
Non riguarda un luogo preciso.
Riguarda un modello.

La democrazia non è uno spettacolo da osservare.
È un processo da abitare.

E abitare un processo significa renderlo accessibile, comprensibile, condiviso.

Le tecnologie moderne non sostituiscono la politica.
La rendono più visibile.
E ciò che è visibile, quando è autentico, diventa più responsabile.

I neuroni, quando pedalano, non cercano applausi.
Cercano direzione.

Neuroni tra le ruote – Episodio 6

Neuroni tra le ruote – Episodio 6

Parlare al mondo con la voce del salotto

Quando i social confondono le stanze. E perché pensarci prima di pubblicare conviene a tutti.

Viviamo nell’epoca delle inaugurazioni digitali e delle connessioni permanenti. Postiamo, condividiamo, commentiamo ogni giorno attraverso dispositivi che ci permettono di raggiungere chiunque, ovunque. Eppure, nonostante il livello tecnologico, utilizziamo spesso questi strumenti con una mentalità da conversazione privata, come se stessimo parlando tra amici in salotto.

Accade così che messaggi pubblicati su pagine aperte a tutti vengano gestiti come fossero conversazioni riservate, o che contenuti personali vengano lanciati nello spazio pubblico senza la consapevolezza di quel che comportano.
La comunicazione digitale è potente, ma spesso viene usata con leggerezza.


📌 Pubblico, privato e quel confine che non vediamo più

I social media sono ambienti ibridi: nascono per mettere in connessione, ma spesso vengono vissuti come spazi personali. La confusione cresce quando non si distingue tra:

  • Profilo personale → simile a uno spazio domestico, dove si è padroni di casa
  • Pagina pubblica → come una piazza, dove chi interviene ha diritto di esprimersi
  • Gruppo tematico → assimilabile a una riunione moderata
  • Sito ufficiale o pagina istituzionale → equivalente a un ufficio aperto al pubblico

Molti contenuti che generano tensioni nascono proprio da questa dimenticanza: non tutti gli spazi digitali hanno lo stesso grado di intimità o controllo.


🧠 Le parole pesano sempre. Anche online.

Come scriveva Paul Watzlawick, “È impossibile non comunicare”.
Nel mondo digitale potremmo aggiungere: È impossibile comunicare solo con chi vorremmo.

Già negli anni ’60 Marshall McLuhan parlava di “villaggio globale”. Oggi quel villaggio è nel nostro smartphone, ma spesso dimentichiamo che ogni messaggio può essere letto, salvato, condiviso e interpretato molto oltre le nostre intenzioni.

Il sociologo Richard Sennett ricordava che la distinzione tra sfera pubbica e privata è la base della convivenza civile. Oggi questa distinzione si è fatta sottile, e serve ancora più attenzione per rispettarla.


🎭 Comunicare non è solo parlare

U. Galimberti ci ricorda che “Insegnare è come amare. Non basta spiegare, bisogna affascinare”.
E questo vale anche sui social: comunicare non è pubblicare qualcosa, ma farlo in modo consapevole, responsabile, coerente con il contesto e con l’interlocutore.

C’è una domanda che vale la pena porsi prima di premere “Invio”:

“Questo messaggio lo scriverei allo stesso modo davanti a chiunque, guardandolo negli occhi?”

Se la risposta è sì, allora probabilmente è un messaggio maturo.
Se la risposta è no, vale la pena riflettere.


🔍 Il rischio vero

Il problema non è il commento degli altri.
Il vero rischio è perdere credibilità, o esprimersi senza il rispetto che la comunicazione pubblica richiede. Pubblicare online significa mettersi in relazione con una comunità ampia e diversificata, anche quando non ne siamo pienamente consapevoli.


🎯 In conclusione

«Riflettere, informarsi e continuare a studiare è una cosa saggia e opportuna.»
Lo è sempre, ma lo è ancora di più quando si utilizza un mezzo potente come la comunicazione digitale.

Chi usa i social senza consapevolezza non comunica: reagisce.
Chi comunica pensando, invece, costruisce relazioni, reputazione, autorevolezza.

E questo — oggi più che mai — fa la differenza.


🚲 Neuroni tra le ruote continuerà su questa strada.

Nel prossimo episodio approfondiremo come i social possano diventare strumenti educativi, di crescita personale e professionale, e non soltanto valvole di sfogo. Perché non sono il problema: il valore dipende da come li usiamo.

Neuroni tra le ruote – 5

Neuroni tra le ruote – 5

Caos globale e piccole comunità:
quale testimonianza per noi?

Copertina dell'articolo numero 5 di Neuroni tra le ruote

Viviamo in un tempo in cui le guerre non sono mai davvero lontane. Ci arrivano nelle case attraverso i notiziari, i social e l’impatto indiretto sull’economia, sull’energia, sulla sicurezza.
La guerra in Ucraina, ormai al quarto anno, e quella a Gaza, che sembra non trovare fine, ridisegnano le relazioni internazionali e mettono in discussione l’idea stessa di ordine mondiale.

Israele e la memoria tradita

Molti osservatori internazionali hanno sottolineato la sproporzione tra l’attacco terroristico subito da Israele due anni fa e la risposta militare che ha devastato la Striscia di Gaza. Lo storico israeliano Ilan Pappé scriveva già tempo fa che “un popolo che ha sofferto la persecuzione non è immune dal diventare a sua volta persecutore”. Una frase che oggi suona profetica e dolorosa.
L’attuale governo guidato da Benjamin Netanyahu sembra usare l’occasione per modificare radicalmente la realtà demografica e politica di Gaza. È un processo che non solo distrugge vite e città, ma erode la memoria stessa della Shoah, trasformando la condizione di vittima in strumento di giustificazione per nuove violenze.

Russia, Ucraina e il logoramento globale

Dall’altra parte del continente europeo, la Russia ha scelto l’invasione come sbocco a un logoramento iniziato ben prima del 2022. Secondo l’analista francese Emmanuel Todd, “questa guerra non è locale, è il vero inizio della Terza Guerra Mondiale sul piano economico”.
In effetti, le sanzioni occidentali non hanno piegato Mosca. Al contrario, hanno accelerato l’avvicinamento a Cina, India e a molti Paesi del cosiddetto Sud Globale. Come nota Fareed Zakaria, editorialista della CNN e del Washington Post: “Il mondo non è più dominato da un unico centro di potere. È multipolare, frammentato e per questo più instabile”.

Il mosaico musulmano

Un enigma per molti europei è la posizione dei Paesi musulmani. Iran, Turchia, Qatar, Emirati e Arabia Saudita non sono un fronte unito, ma un mosaico di interessi.
Le differenze religiose – sciiti e sunniti – si intrecciano con ambizioni geopolitiche. L’Iran si propone come protettore dei movimenti sciiti; la Turchia gioca una partita autonoma, oscillando tra NATO e vicinanza al mondo arabo; Qatar e Arabia Saudita si sfidano per la leadership del Golfo, pur convergendo talvolta su interessi energetici.
È un quadro che il politologo libanese Ghassan Salamé definisce “un concerto di voci dissonanti, che può suonare armonico solo quando l’interesse lo richiede”.

Il ruolo dell’Europa e il nostro

E l’Europa? Divisa tra la fedeltà all’alleanza atlantica e la necessità di non perdere peso in un mondo multipolare, l’UE rischia di vivere da comprimaria. Per l’Italia, poi, le difficoltà aumentano: più spesa militare, più dipendenza energetica, più fragilità sociale.
Tuttavia, come scrive Zygmunt Bauman: “La globalizzazione ci toglie il controllo, ma non ci esonera dalla responsabilità”.

Ed è qui che arriviamo a noi, nei nostri piccoli paesi, nelle piazze e nei consigli comunali.
Certo, non possiamo fermare le guerre né riscrivere i trattati internazionali. Ma possiamo scegliere il tono della nostra voce, il modello della nostra comunicazione.

Una testimonianza possibile

Tre sono i pilastri che possiamo proporre come cittadini e come comunità:

  1. Chiarezza – rifiutare la propaganda, cercare parole semplici e comprensibili per spiegare ciò che accade.
  2. Memoria – ricordare che i popoli perseguitati non devono mai trasformarsi in persecutori; che la storia è un monito, non un’arma.
  3. Fermezza morale – dire con serenità ma con decisione (anche ad alta voce) che nessuna logica di potere giustifica lo sterminio o la cancellazione di un popolo.

Il nostro compito, dunque, non è urlare slogan ma mantenere viva la coscienza critica.
Come piccoli neuroni in un organismo complesso, anche noi – dalle periferie e dai paesi della Sardegna o d’Italia – possiamo mandare segnali che aiutano a tenere viva l’umanità.

Se hai buoni argomenti puoi anche urlare per aprire le orecchie ai sordi, attenti a chi usa la voce stentorea ma sa anche parlare a bassa voce. Perché i tanto invocati sussurri saranno ancora più efficaci e perentori!

Neuroni tra le ruote – 4

Neuroni tra le ruote – 4

🧠 Neuroni tra le ruote – Episodio 4

Costruire scuole o costruire la scuola?

Maestri, comunicazione e la responsabilità di educare una società pensante

Viviamo nell’epoca delle inaugurazioni e delle ristrutturazioni. Ogni tanto si annuncia un nuovo polo scolastico, si taglia un nastro, si pubblica un post.
Ben venga: l’edilizia scolastica è fondamentale.
Ma c’è una domanda che spesso resta sospesa nell’aria, tra un rendering architettonico e una conferenza stampa:

Chi costruisce la scuola? Non l’edificio, ma la scuola vera: quella delle menti, dei cuori, del pensiero?


🎓 I muri servono, ma non bastano

In un recente articolo, il filosofo Marcello Veneziani ha scritto parole che dovremmo scolpire sui portoni degli istituti scolastici:

“Per cambiare l’Italia non basta costruire scuole. Bisogna costruire la scuola. Non le pareti, ma i maestri.”
(Marcello Veneziani, 2025)

E non è una questione solo italiana. È universale: ogni società che voglia rimanere viva, che voglia resistere alla superficialità, all’odio veloce e alla mediocrità, ha bisogno di maestri.
Maestri veri. Non solo professionisti preparati, ma persone capaci di generare pensiero, stupore, coscienza.


🧑‍🏫 Maestri o tecnici del programma?

Dall’altra parte della riflessione, Umberto Galimberti lancia un’altra provocazione, che fa da perfetto contrappunto:

“Insegnare è come amare. Non basta spiegare, bisogna fascinare.
Se non apri il cuore, non apri nemmeno la testa delle persone.”
(U. Galimberti, intervista a Focus Scuola)

Oggi troppi insegnanti sono costretti — o si accontentano — di riempire il tempo, compilare registri, somministrare verifiche.
Ma l’educazione vera accade quando qualcuno riesce a trasmettere qualcosa che accende.
Una curiosità, una domanda, un dubbio, persino un mal di testa creativo (come ricordavo nella puntata dedicata alle mie maestre...).


🧠 Neuroni da risvegliare, non solo da “istruire”

Il progetto Neuroni tra le ruote nasce con questa idea: fare circolare pensieri, anche scomodi, anche imperfetti, ma vivi.
Oggi più che mai serve una scuola che non si limiti a trasmettere nozioni, ma che attivi il pensiero. Che formi cittadini e persone capaci di comunicare, interpretare, scegliere.

In fondo, comunicare significa mettere in comune qualcosa.
E se perdiamo questa capacità, perdiamo il legame che tiene insieme la nostra società.


🔄 Comunicare è educare (e viceversa)

Ogni vero insegnante è un comunicatore. Ogni buon comunicatore è, in fondo, un educatore.
E oggi questa responsabilità non è più solo degli insegnanti.

Lo è anche dei genitori.
Dei giornalisti.
Degli scrittori.
Dei divulgatori.
Dei cittadini che decidono di usare bene le parole, anche sui social.
Lo è di tutti noi.


📍 In conclusione

Ci sarà sempre chi costruisce scuole.
Ma il vero nodo è costruire la scuola.
Una scuola che non abbia paura della complessità, che educhi al linguaggio, al dubbio, all'ascolto.

Una scuola fatta di maestri che non si limitano a istruire, ma trasformano.
Che sanno che ogni parola può essere un seme o un’arma, e scelgono la prima.

I neuroni tra le ruote oggi pedalano verso questo orizzonte:
una società che sappia ancora pensare, e che trovi nella scuola non un ricordo sbiadito, ma la sua prima e più urgente speranza.