Neuroni tra le ruote – 2
Scrivi come mangi? Anche no. Manuale minimo per non sembrare scortesi online (senza saperlo)
Tra vecchia netiquette, nuove generazioni e istituzioni disorientate
Una volta, se sbagliavi a parlare, ti guardavano storto.
Oggi, se sbagli a scrivere su WhatsApp o su Facebook, ti bloccano, ti segnalano o peggio… ti fraintendono.
Benvenuti nell’era della comunicazione digitale disorientata, dove anche chi è nato con lo smartphone in mano spesso non sa bene cosa sta facendo.
📱 Generazioni connesse, ma confuse
C’è un mito da sfatare: i giovani “nativi digitali” sanno usare la tecnologia, ma non sempre la capiscono.
Sanno scorrere, cliccare, taggare, ma spesso non distinguono:
- un profilo privato da un profilo pubblico
- una pagina personale da una istituzionale
- una chat tra amici da una conversazione formale
- un tono ironico da un tono offensivo
E così succede che ti ritrovi uno studente che risponde “ok bro” al preside su Teams, o un impiegato comunale che pubblica il video del matrimonio del cugino sulla pagina ufficiale del Comune di San Bartolomeo in Capo al Monte.
📜 Torna la Netiquette (o forse non se n’è mai andata)
Alla fine degli anni ’90, quando Internet sembrava ancora una cosa per pochi, qualcuno si preoccupò di scrivere una sorta di galateo digitale. Si chiamava Netiquette – unione di network e etiquette.
Era un insieme di regole semplici:
- Non scrivere tutto in MAIUSCOLO (sembra che urli)
- Non rispondere di impulso (potresti pentirtene)
- Firma i messaggi
- Non inviare catene o messaggi inutili
- Rispetta l’ambiente digitale come fosse reale
Semplice, no?
Eppure oggi, che la tecnologia è molto più diffusa, queste regole sembrano dimenticate.
🏛️ Quando a sbagliare sono le istituzioni
Qui ci scappa la mia solita risata, ma anche un po’ di preoccupazione.
Perché se il cittadino sbaglia, pazienza. Ma quando a confondere i registri sono le istituzioni, la cosa si fa seria.
Pagine Facebook ufficiali con emoji fuori luogo, post pubblici scritti come fossero messaggi tra amici (“Buongiornissimo, caffè e delibera n. 27!”), risposte aggressive (spesso in privato) ai commenti dei cittadini, o – peggio – assenza totale di comunicazione.
Perché sì: non comunicare è anch’essa una forma di comunicazione. Dice: “non mi interessa parlarti”.
🤔 Registri comunicativi: perché sono importanti
In sociologia e in linguistica si parla spesso di registro comunicativo: è il tono, il linguaggio, il modo in cui ci si rivolge a qualcuno.
Non useresti lo stesso tono con il parroco, con il meccanico e con la nonna, giusto?
Allora perché sui social parliamo sempre nello stesso modo – e spesso nel modo sbagliato?
Mescolare registri senza accorgersene porta fraintendimenti, tensioni, rotture. Un messaggio istituzionale con toni troppo “caserecci” può sembrare poco professionale. Un post personale troppo freddo può sembrare arrogante. E il rischio è sempre quello: perdere fiducia.
📣 Cosa possiamo fare?
Non serve diventare tutti esperti di comunicazione digitale, ma un minimo di consapevolezza sì:
- Chiediamoci sempre a chi stiamo scrivendo
- Verifichiamo se stiamo usando il canale giusto
- Adattiamo il tono e il contenuto
- Rileggiamo prima di premere “Invio”
- E soprattutto: distinguiamo i ruoli. Un assessore, un medico, un insegnante non parlano mai solo a nome proprio. Anche online, rappresentano qualcosa.
🚲 Due neuroni in più non guastano
La comunicazione digitale è come andare in bicicletta: sembra facile, ma se non tieni il manubrio dritto, finisci nel fosso.
I social, i messaggi, le email, non sono solo strumenti: sono ambienti in cui ci muoviamo. E come ogni ambiente, richiedono educazione, attenzione e un po’ di stile.
E se ogni tanto ti viene il dubbio su cosa scrivere… magari è il momento giusto per stare zitto, che è sempre meglio che sembrare sciocchi con troppa sicurezza.

📍 In conclusione
Se un giorno qualcuno scriverà una nuova netiquette per il 2025, io proporrò la prima regola:
“Tratta ogni parola digitale come se ti dovessero rispondere di persona, guardandoti negli occhi e mettendoci la faccia.”
E forse, chissà, torneremmo tutti a parlare un po’ meglio. Anche da dietro uno schermo.

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