Neuroni tra le ruote – Episodio 3

Neuroni tra le ruote – Episodio 3

Chi governa per governare, non governa affatto

Ovvero: come Machiavelli ci aveva avvisati (e non l'abbiamo ascoltato)

C’è una scena che si ripete, in tanti paesi, piccoli e grandi:
una volta eletti, alcuni politici sembrano dimenticare il perché si erano candidati.
Non costruiscono, non ascoltano, non cambiano nulla.
Si limitano a rimanere dove sono. A “gestire la posizione”, come si dice nel calcio quando una squadra si chiude in difesa sperando che il tempo passi.

Ma allora, viene da chiedersi: governare è un mezzo o è diventato un fine?
La risposta, guarda caso, ce l’aveva già data Niccolò Machiavelli, cinquecento anni fa.


🦊 Machiavelli: il più frainteso della storia

Dici “machiavellico” e pensi subito a trame oscure, bugie, potere spietato.
Ma il vero Machiavelli era più realista che malvagio.
Nel suo libro più famoso, Il Principe, diceva che un governante – per mantenere l’ordine e la stabilità – può usare anche mezzi duri o discutibili, ma a una condizione: che lo faccia per il bene dello Stato.

“Il fine giustifica i mezzi” – sì, ma il fine deve esserci, e deve essere chiaro, utile, collettivo.


🔁 L’inversione machiavellica: quando il potere si dimentica perché c’è

Col tempo, però, molti hanno preso questa formula e l’hanno capovolta.
Ecco allora l’inversione machiavellica:
non si usano più i mezzi per arrivare a un fine…
ma si usano i fini per giustificare i mezzi, e soprattutto si usano i mezzi per restare lì, fermi, a gestire il potere come se fosse un mestiere qualunque.

È la politica dell’apparire, del mantenere il consenso a ogni costo, del “non fare troppi scossoni” per non disturbare nessuno.
È il regno della comunicazione senza contenuti, delle inaugurazioni senza progetti, dei selfie con la fascia tricolore mentre il paese crolla a pezzi.


🏛️ Un esempio sotto casa

Prendiamo un piccolo comune. In campagna elettorale si promette trasparenza, dialogo, partecipazione. Poi, una volta eletti, si chiudono i canali, si comunica solo attraverso post generici, si ignorano le minoranze, si gestiscono le informazioni come se fossero beni privati.

Il potere, anziché servire a fare, diventa un mestiere da conservare.
E chi lo esercita pensa più a rimanere in sella che ad andare da qualche parte.

Machiavelli – che pure era toscano e quindi molto pragmatico – avrebbe detto:

“Questo non è governare. È semplicemente occupare una poltrona.”


🧠 Neuroni in allerta: i segnali dell’inversione

Come riconoscerla? Alcuni segnali sono molto chiari:

  • Si comunica solo per farsi vedere, mai per spiegare o informare
  • Si evitano decisioni impopolari, anche se necessarie
  • Si confonde il successo personale con il bene pubblico
  • Si costruisce consenso con eventi, bandi, foto, ma senza visione di lungo periodo
  • Non si ammettono errori, non si ascoltano critiche

🤔 E allora? Che si fa?

La soluzione non è semplice, ma parte da una presa di coscienza collettiva.
Chi fa politica, a qualunque livello, dovrebbe tornare a chiedersi:

"Perché sono qui? Cosa sto facendo per gli altri?"

E chi osserva, vota, partecipa, dovrebbe smettere di accontentarsi del “tanto sono tutti uguali”, e iniziare a pretendere chiarezza, coerenza e visione.


📍 In conclusione

Machiavelli non ci ha insegnato a essere cinici.
Ci ha insegnato a guardare la realtà in faccia.
A capire che il potere, se non è usato per qualcosa di più grande, rischia di diventare un fine sterile, una recita continua, un esercizio senza scopo.

E allora, parafrasando il titolo di oggi:

Chi governa solo per governare, non governa affatto. Sta solo occupando spazio.

E i neuroni, quelli veri, quelli tra le ruote, meritano di meglio.

Neuroni tra le ruote – 2

Neuroni tra le ruote – 2

Scrivi come mangi? Anche no. Manuale minimo per non sembrare scortesi online (senza saperlo)

Tra vecchia netiquette, nuove generazioni e istituzioni disorientate

Una volta, se sbagliavi a parlare, ti guardavano storto.
Oggi, se sbagli a scrivere su WhatsApp o su Facebook, ti bloccano, ti segnalano o peggio… ti fraintendono.

Benvenuti nell’era della comunicazione digitale disorientata, dove anche chi è nato con lo smartphone in mano spesso non sa bene cosa sta facendo.


📱 Generazioni connesse, ma confuse

C’è un mito da sfatare: i giovani “nativi digitali” sanno usare la tecnologia, ma non sempre la capiscono.
Sanno scorrere, cliccare, taggare, ma spesso non distinguono:

  • un profilo privato da un profilo pubblico
  • una pagina personale da una istituzionale
  • una chat tra amici da una conversazione formale
  • un tono ironico da un tono offensivo

E così succede che ti ritrovi uno studente che risponde “ok bro” al preside su Teams, o un impiegato comunale che pubblica il video del matrimonio del cugino sulla pagina ufficiale del Comune di San Bartolomeo in Capo al Monte.


📜 Torna la Netiquette (o forse non se n’è mai andata)

Alla fine degli anni ’90, quando Internet sembrava ancora una cosa per pochi, qualcuno si preoccupò di scrivere una sorta di galateo digitale. Si chiamava Netiquette – unione di network e etiquette.

Era un insieme di regole semplici:

  • Non scrivere tutto in MAIUSCOLO (sembra che urli)
  • Non rispondere di impulso (potresti pentirtene)
  • Firma i messaggi
  • Non inviare catene o messaggi inutili
  • Rispetta l’ambiente digitale come fosse reale

Semplice, no?
Eppure oggi, che la tecnologia è molto più diffusa, queste regole sembrano dimenticate.


🏛️ Quando a sbagliare sono le istituzioni

Qui ci scappa la mia solita risata, ma anche un po’ di preoccupazione.
Perché se il cittadino sbaglia, pazienza. Ma quando a confondere i registri sono le istituzioni, la cosa si fa seria.

Pagine Facebook ufficiali con emoji fuori luogo, post pubblici scritti come fossero messaggi tra amici (“Buongiornissimo, caffè e delibera n. 27!”), risposte aggressive (spesso in privato) ai commenti dei cittadini, o – peggio – assenza totale di comunicazione.

Perché sì: non comunicare è anch’essa una forma di comunicazione. Dice: “non mi interessa parlarti”.


🤔 Registri comunicativi: perché sono importanti

In sociologia e in linguistica si parla spesso di registro comunicativo: è il tono, il linguaggio, il modo in cui ci si rivolge a qualcuno.

Non useresti lo stesso tono con il parroco, con il meccanico e con la nonna, giusto?
Allora perché sui social parliamo sempre nello stesso modo – e spesso nel modo sbagliato?

Mescolare registri senza accorgersene porta fraintendimenti, tensioni, rotture. Un messaggio istituzionale con toni troppo “caserecci” può sembrare poco professionale. Un post personale troppo freddo può sembrare arrogante. E il rischio è sempre quello: perdere fiducia.


📣 Cosa possiamo fare?

Non serve diventare tutti esperti di comunicazione digitale, ma un minimo di consapevolezza sì:

  • Chiediamoci sempre a chi stiamo scrivendo
  • Verifichiamo se stiamo usando il canale giusto
  • Adattiamo il tono e il contenuto
  • Rileggiamo prima di premere “Invio”
  • E soprattutto: distinguiamo i ruoli. Un assessore, un medico, un insegnante non parlano mai solo a nome proprio. Anche online, rappresentano qualcosa.

🚲 Due neuroni in più non guastano

La comunicazione digitale è come andare in bicicletta: sembra facile, ma se non tieni il manubrio dritto, finisci nel fosso.
I social, i messaggi, le email, non sono solo strumenti: sono ambienti in cui ci muoviamo. E come ogni ambiente, richiedono educazione, attenzione e un po’ di stile.

E se ogni tanto ti viene il dubbio su cosa scrivere… magari è il momento giusto per stare zitto, che è sempre meglio che sembrare sciocchi con troppa sicurezza.


📍 In conclusione

Se un giorno qualcuno scriverà una nuova netiquette per il 2025, io proporrò la prima regola:

“Tratta ogni parola digitale come se ti dovessero rispondere di persona, guardandoti negli occhi e mettendoci la faccia.”

E forse, chissà, torneremmo tutti a parlare un po’ meglio. Anche da dietro uno schermo.

“Neuroni tra le ruote” 1

“Neuroni tra le ruote” 1

🧠 Neuroni tra le ruote – Fuori scaletta

Quelle due che mi hanno fatto venire il mal di testa
(e la voglia di capire)

Storia di due "maestre" che non ho mai smesso di ascoltare

Ci sono incontri che ti segnano.
Non servono chissà quali drammi o miracoli. A volte basta entrare per la prima volta in un’aula universitaria, sederti con l’ansia del “chi me l’ha fatto fare”, e trovarti davanti una professoressa elegante, sicura, che prende il gessetto e scrive alla lavagna:
Shannon e Weaver – Modello di comunicazione.

È stato il mio primo giorno all’università.
Lei era Donatella Pacelli. Io ero solo uno dei tanti, ma per me – lo confesso – è stata una folgorazione intellettuale.

Non avevo mai visto spiegare così bene qualcosa di così apparentemente astratto. Quelle frecce sulla lavagna, quel “rumore” che interferiva nel passaggio del messaggio, quel mittente e quel destinatario, mi hanno fatto venire un bel mal di testa. Ma anche una fame nuova: quella di capire. Di studiare non per dovere, ma per piacere. Per trovare un senso.
E così è cominciata una strada.


🎓 Donatella: la prima scintilla

La professoressa Pacelli non è stata solo una docente di sociologia. È stata, per molti di noi, una finestra spalancata sulla realtà.

Perché sì, parlava di teoria. Ma sapeva farla diventare carne e sangue. Portava dentro l’aula esempi reali, riflessioni acute, a volte provocatorie, sempre vive. Studiava (e studia ancora) la società, i media, il tempo, i simboli. E lo faceva senza mai far pesare il proprio ruolo.

Nel tempo ho continuato a seguirla, anche da lontano. È diventata una delle figure più autorevoli della sociologia italiana, oggi professoressa ordinaria alla LUMSA, presidente di comitati ministeriali e attivissima nel campo della comunicazione pubblica e della tutela dei minori.

Io, invece, sono rimasto il tipo del primo banco, quello che prende appunti e ogni tanto si distrae, ma che a quelle lezioni ci torna col pensiero.


🤝 Cristina: la guida

Poi c’è Cristina Marchetti. Con Cristina il rapporto è stato diverso, ma non meno profondo.
È stata la mia relatrice di tesi. Ma soprattutto, è stata presente anche dopo, in quel limbo dove molti professori si defilano. Lei no.

Quando ho cominciato a occuparmi di formazione nel settore sanitario, l’ho coinvolta nei miei corsi ECM per medici e operatori. E lei ha detto sì. È venuta, ha parlato, ha spiegato, con quella chiarezza rara che serve quando ci si trova davanti a platee stanche, pratiche, concrete. Quelle platee che hanno necessità dei crediti formativi per la loro professione.

Oggi Cristina è professoressa ordinaria di Sociologia politica alla Sapienza di Roma, e dirige un intero Dipartimento. Parla di Europa, di lobby, di opinione pubblica, ma anche – e sempre – di persone.
Di come funzioniamo, di come ci rappresentiamo, di come ci parliamo.


🙇 Perché scrivo tutto questo?

Perché in un tempo in cui sembra che tutti si siano fatti da soli, io voglio dire il contrario.
Io non mi sono fatto da solo. Ho avuto maestri, e maestre. Ho avuto la fortuna di sedermi ad ascoltare, di imparare da chi ne sapeva più di me e aveva voglia di trasmetterlo.

Scrivo queste righe per ringraziare. Perché se oggi provo a spiegare la comunicazione a chi mi ascolta in una piazza di paese, o in un’aula improvvisata, è anche grazie a quelle due donne che mi hanno fatto venire il mal di testa e la voglia di capire.

E anche se la vita mi ha portato lontano dai banchi universitari, non ho mai smesso di ascoltarle.


📍 P.S. A chi legge

Se sei capitato su questo blog e ti stai chiedendo perché parlo di “neuroni tra le ruote”, ora lo sai: è perché le idee vanno fatte camminare, anche se ogni tanto inciampano. E perché ogni pensiero che gira, ogni parola che pronuncio, ha una strada che parte da lontano.

Io su quella strada ci ho trovato Donatella e Cristina.

Numero Zero – “Neuroni tra le ruote”

Numero Zero – “Neuroni tra le ruote”

🧠 Neuroni tra le ruote – Ep. 1

Nixon-Kennedy 1960: quando la politica andò in TV... e non fu più la stessa

C’era una volta la politica fatta di comizi in piazza, articoli sui giornali e lunghe interviste alla radio. Poi, il 26 settembre 1960, accadde qualcosa di nuovo: per la prima volta due candidati alla presidenza degli Stati Uniti si sfidarono in diretta televisiva.

Da una parte John F. Kennedy, giovane, elegante, abbronzato. Dall’altra Richard Nixon, pallido, sudato, con la barba non fatta e lo sguardo nervoso.
I contenuti? Gli stessi.
L’effetto? Completamente diverso.

Chi ascoltò il dibattito alla radio diede per vincitore Nixon.
Chi lo guardò in TV disse senza esitazioni: ha vinto Kennedy.


👁️ Il potere della comunicazione non verbale

Quel giorno segnò una svolta: l'immagine entrò con forza nella politica. Il messaggio non era più solo quello che si dice, ma anche come lo si dice – e soprattutto come si appare mentre lo si dice.

Pochi anni dopo, un professore di psicologia dell’Università della California, Albert Mehrabian, studiò proprio questo aspetto: quali componenti del messaggio influenzano di più l’ascoltatore quando si parla di emozioni e atteggiamenti?

Il risultato, poi semplificato in una formula famosa, fu il seguente:

  • 7% della comunicazione passa attraverso le parole (il contenuto letterale)
  • 38% dal tono della voce
  • 55% dalla comunicazione non verbale (gesti, sguardo, postura, espressione)

Attenzione: questa formula non vale sempre, ma solo quando c’è disallineamento tra parole ed emozioni (per esempio: dico “va tutto bene” ma sembro arrabbiato). In quel caso, le persone credono di più a ciò che vedono e sentono che a ciò che leggono o ascoltano come parole.


📺 Nixon perse la TV, Kennedy vinse il corpo

Nixon parlava bene, ma trasmetteva insicurezza: guardava poco la telecamera, si asciugava il sudore, sembrava affaticato.
Kennedy, invece, guardava fisso nell’obiettivo, aveva voce sicura, postura dritta. Anche senza ascoltare le parole, sembrava il vincitore.

Il resto è storia: Kennedy vinse le elezioni, e la comunicazione politica non fu più solo questione di idee, ma anche di percezioni, immagine e presenza scenica.


🚗 E oggi, nel nostro piccolo?

Anche nelle nostre realtà – comuni, consigli comunali, campagne locali – la forma conta quanto il contenuto.
Una voce calma, uno sguardo diretto, un gesto aperto possono rafforzare o distruggere un messaggio.

Ecco perché “Neuroni tra le ruote” vuole partire da lì: da quel giorno in cui la politica cambiò faccia, letteralmente.