Gennaio nel Sinis

Gennaio nel Sinis

Oggi il Sinis era tutto un fermento. In questo periodo la raccolta del “Carciofo Spinoso Sardo DOP è al suo culmine.
I braccianti nei campi e lo sferragliare dei trattori che supportano l’attività cinaricola animano il paesaggio.

Il sole che ci ha visitato stamane avrebbe spinto chiunque, avesse avuto la possibilità di farlo, ad uscire di casa per assaporare quel tepore improvviso e inaspettato che ci ha sorpreso dopo giorni di nuvole e pioggia.
Ho deciso di recarmi nelle campagne del Sinis spingendomi fino al mare.
La campagna verde e le carciofaie ti attirano in un vortice di smeraldo.

Questo verde abbagliante e i campi coltivati sono in forte contrasto con le immagini stereotipate della Sardegna brulla e desertica delle spiagge assolate e polverose. Il Sinis in questo periodo è un inno alla freschezza e al lavoro dell’uomo che si esprime con questo tipico prodotto invernale, il carciofo.

A pochi passi da qui il rumore del mare e l’aria salmastra ti riportano alla mente le passeggiate estive e la vicinanza di una delle spiagge più belle della Sardegna.
Ti spingi oltre lasci il verde smeraldo dei campi e ti immergi nel colore del mare e della sabbia di quarzo dai colori infiniti.

Is Aruttas – Sinis di Cabras

Questo enorme tronco sulla battigia, al posto degli ombrelloni estivi, ci ricorda la forza della natura che dopo una mareggiata di maestrale ha spinto questo legno sulla spiaggia.

SiniS magazine 09 – San Martino

SiniS magazine 09 – San Martino

Un patrimonio ricco di scienza, microbiologia, storia, tradizioni e amore.

Vino da dessert tra i più rari al mondo, orgoglio dell’enologia nazionale.

Vino con uno stretto legame col territorio, simbolo della Sardegna.

Profumi e sapori custoditi da un mix di fattori ambientali, suolo e clima, un tempo usato per i riti divini, oggi il classico “vino da messa”.
Vitigno prettamente sardo, veniva coltivato già in epoca nuragica dagli Shardana (misteriosa stirpe guerriera).
Alcuni scrittori lo definirono “l’oro della Valle del Tirso”.
Proprio in queste terre, oggi ricoperte da vigneti sono state rinvenute le statue dei giganti de Mont’e Prama.
Attualmente la coltivazione del vitigno Vernaccia, che copre una superficie di circa inferiore a 400 ettari è pari al 2% sulla piattaforma ampelografica regionale.
Oggi risulta coltivata prevalentemente sulla riva destra del Tirso, sopratutto nell’area di Riola Sardo (183 ha), Cabras (51 ha) e S. Vero Milis (50 ha), mentre è quasi scomparsa da Oristano e Simaxis. Vitigno strettamente legato al territorio, dove il fiume Tirso e i suoi affluenti hanno preparato il letto ideale per la coltivazione. Parliamo del gregori e del bennaxi, terreni freschi a matrice limo-sabbiosa per il bennaxi e più ciottolosi e misti ad argilla per il gregori, ma anche sabbiosi di derivazione alluvionale e sedimentari, tendenzialmente calcarei per i suoli del Sinis che ospitano il Vernaccia.
Allevato inizialmente con sistema ad “alberello sardo”, oggi rivisto per una miglior comodità nella lavorazione col sistema a spalliera, la forma di allevamento è il guyot classico.
Oltre a essere simbolo del territorio il Vernaccia è anche simbolo di festa, nell’ Oristanese si dice che non è Sartiglia senza Vernaccia , dove il prottagonista principale di questo “rito”, Su Componidori, prima della vestizione brinda con un bicchiere di Vernaccia, il grande vino della Giudichessa Eleonora.
La vinificazione tipica in bianco inizia con una pressatura soffice, la resa in mosto è bassa, così come quella in uva (circa 50 q/ha) con variabilità data da clone e portinnesto, ma questo è compensato dalla grande finezza e nobiltà del prodotto.
La fermentazione prosegue ad opera del lievito più conosciuto al mondo, il Saccharomyces Cerevisiae .
A completa demolizione degli zuccheri si separa il materiale feccioso più pesante e si mette il vino in botti di castagno, che dovranno essere scolme per un terzo.
Da questo momento in poi l’affinamento è ad opera sempre del lievito Saccharomyces Cerevisiae ma che per adattarsi alle nuove condizioni del mezzo ha cambiato il suo metabolismo da anaerobico-fermentativo a aerobico-ossidativo. Questi lieviti, detti “filmogeni” creeranno un velo sulla superficie chiamato “flor” (fiore).
Il lento processo di affinamento fa si che il grado alcolico aumenti di 0,5-0,8 % vol. ogni anno, questa concentrazione dell’alcol è dovuta all’evaporazione dell’acqua che filtra attraverso i pori delle doghe e negli interstizzi delle doghe stesse.
Uve di qualità, nelle migliori annate acquisteranno il caratteristico “murruai”, un esplosione di profumi e sentori che richiama note speziate, sentori di mandorle, nocciole tostate, frutti essicati e miele amaro.
Il colore evolve dal giallo paglierino carico per vini giovani a giallo ambrato, ramato per vini con qualche anno sulle spalle.
In bocca vino di corpo , intenso  e leggermente amarognolo, complessità e armonicità unici.
Redatto a cura del Dott. Cristian Bellu, enologo e viticoltore di Riola Sardo.
SiniS magazine 4

SiniS magazine 4

In Sardegna da sempre si festeggiano i trapassati e i defunti con riti, feste e dolci tipici del periodo.
Spesso non pensiamo alla superiorità di una cultura millenaria, radicata e ricca.
Sicuramente gli attuali festeggiamenti snaturati in carnevalata consumistica, discendono dalle antiche tradizioni del mediterraneo e della Sardegna.
Pensateci prima di farvi coinvolgere in sarabande esterofile.