Un patrimonio ricco di scienza, microbiologia, storia, tradizioni e amore.

Vino da dessert tra i più rari al mondo, orgoglio dell’enologia nazionale.

Vino con uno stretto legame col territorio, simbolo della Sardegna.

Profumi e sapori custoditi da un mix di fattori ambientali, suolo e clima, un tempo usato per i riti divini, oggi il classico “vino da messa”.
Vitigno prettamente sardo, veniva coltivato già in epoca nuragica dagli Shardana (misteriosa stirpe guerriera).
Alcuni scrittori lo definirono “l’oro della Valle del Tirso”.
Proprio in queste terre, oggi ricoperte da vigneti sono state rinvenute le statue dei giganti de Mont’e Prama.
Attualmente la coltivazione del vitigno Vernaccia, che copre una superficie di circa inferiore a 400 ettari è pari al 2% sulla piattaforma ampelografica regionale.
Oggi risulta coltivata prevalentemente sulla riva destra del Tirso, sopratutto nell’area di Riola Sardo (183 ha), Cabras (51 ha) e S. Vero Milis (50 ha), mentre è quasi scomparsa da Oristano e Simaxis. Vitigno strettamente legato al territorio, dove il fiume Tirso e i suoi affluenti hanno preparato il letto ideale per la coltivazione. Parliamo del gregori e del bennaxi, terreni freschi a matrice limo-sabbiosa per il bennaxi e più ciottolosi e misti ad argilla per il gregori, ma anche sabbiosi di derivazione alluvionale e sedimentari, tendenzialmente calcarei per i suoli del Sinis che ospitano il Vernaccia.
Allevato inizialmente con sistema ad “alberello sardo”, oggi rivisto per una miglior comodità nella lavorazione col sistema a spalliera, la forma di allevamento è il guyot classico.
Oltre a essere simbolo del territorio il Vernaccia è anche simbolo di festa, nell’ Oristanese si dice che non è Sartiglia senza Vernaccia , dove il prottagonista principale di questo “rito”, Su Componidori, prima della vestizione brinda con un bicchiere di Vernaccia, il grande vino della Giudichessa Eleonora.
La vinificazione tipica in bianco inizia con una pressatura soffice, la resa in mosto è bassa, così come quella in uva (circa 50 q/ha) con variabilità data da clone e portinnesto, ma questo è compensato dalla grande finezza e nobiltà del prodotto.
La fermentazione prosegue ad opera del lievito più conosciuto al mondo, il Saccharomyces Cerevisiae .
A completa demolizione degli zuccheri si separa il materiale feccioso più pesante e si mette il vino in botti di castagno, che dovranno essere scolme per un terzo.
Da questo momento in poi l’affinamento è ad opera sempre del lievito Saccharomyces Cerevisiae ma che per adattarsi alle nuove condizioni del mezzo ha cambiato il suo metabolismo da anaerobico-fermentativo a aerobico-ossidativo. Questi lieviti, detti “filmogeni” creeranno un velo sulla superficie chiamato “flor” (fiore).
Il lento processo di affinamento fa si che il grado alcolico aumenti di 0,5-0,8 % vol. ogni anno, questa concentrazione dell’alcol è dovuta all’evaporazione dell’acqua che filtra attraverso i pori delle doghe e negli interstizzi delle doghe stesse.
Uve di qualità, nelle migliori annate acquisteranno il caratteristico “murruai”, un esplosione di profumi e sentori che richiama note speziate, sentori di mandorle, nocciole tostate, frutti essicati e miele amaro.
Il colore evolve dal giallo paglierino carico per vini giovani a giallo ambrato, ramato per vini con qualche anno sulle spalle.
In bocca vino di corpo , intenso  e leggermente amarognolo, complessità e armonicità unici.
Redatto a cura del Dott. Cristian Bellu, enologo e viticoltore di Riola Sardo.